Il Virgilio ricorda Elsa Morante

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Il Liceo Virgilio ringrazia l’Istituto Luce

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Istituto Luce Cinecittà srl ha messo a disposizione del Liceo Virgilio alcuni filmati e alcune foto che ritraggano Elsa Morante.

Il video, realizzato da Istituto Luce Cinecittà srl, sarà proiettato il 20 aprile durante la cerimonia.

Elsa Morante 1985-2015

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A trent’anni dalla scomparsa, il Liceo Virgilio ricorda Elsa Morante. La grande scrittrice studiò presso il nostro Liceo conseguendo il diploma di Maturità Classica nell’anno 1930-31.

Il 20 aprile l’Aula Magna sarà intitolata a Elsa, con una cerimonia di letture, ricordi e riflessioni di testimoni e studiosi del Novecento, ma anche con la partecipazione diretta dei nostri studenti.

Il 21 aprile il Liceo ospiterà una giornata di studi e di aggiornamento professionale per docenti, incentrata sull’opera della scrittrice.

Elsa Morante, che ha studiato presso il Liceo Virgilio, è uno dei maggiori scrittori italiani moderni. La sua opera è una tappa fondamentale nella storia del romanzo italiano, sia per il carattere sperimentale di ricerca sul linguaggio, sia per la complessità dei temi trattati. È un’opera inoltre di grande valore pedagogico, per la riflessione sui valori costitutivi dell’individuo e di una società che si possa dire civile. Pur intervenendo molto raramente nel dibattito pubblico, la Morante si inserisce con la sua biografia in un reticolo di profondi rapporti personali – da Saba a Moravia, da Penna a Debenedetti, da Natalia Ginzburg a Pasolini e Calvino, eccetera –, che costituiscono il cuore della letteratura italiana del Novecento.

Elsa nasce a Roma il 18 agosto 1912; sua madre, la maestra Irma Poggibonsi, è un’ebrea modenese; il marito di Irma, Augusto Morante, è il padre anagrafico di Elsa e dei suoi fratelli: il padre naturale è in realtà Francesco Lo Monaco. Cresce nel quartiere popolare di Testaccio e poi in quello di Monteverde Nuovo, ma passa del tempo anche presso Villa Massimo, che oggi ospita l’Accademia tedesca, ed al tempo era l’abitazione della madrina, Maria Guerrieri Gonzaga (sposata Maraini).

È irregolare negli studi fin dalle elementari, che non frequenta. Impara a leggere e scrivere ed inizia precocemente a narrare (uno dei suoi quaderni di bambina, contiene il suo “primo libro”, che narra la storia di una bambola). I racconti della giovane Elsa vengono pubblicati sul “Corriere dei Piccoli” e altre sedi, e nel 1942 esce da Einaudi Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina.

Il suo apprendistato è tra fiaba e romanzo d’appendice; Cesare Garboli, il suo critico più acuto, diceva che “la Morante viene dal niente, viene da prima e da dopo la scuola. Appena nata si è sentita maestra”. Secondo le ricostruzioni biografiche più recenti e attendibili, frequenta il ginnasio presso il Mamiani e il liceo presso il Virgilio. Il nostro archivio conserva ancora la pagella del suo ultimo anno scolastico (1930-31, classe III B). Finita la scuola, lascia la famiglia, non frequenta l’università e vive con piccoli lavori di varia natura (tra i quali le ripetizioni di italiano e latino, per le quali chiede studenti anche al suo vecchio professore di liceo). Nel 1936 incontra Moravia, che sposa nel ’41 (si separeranno nel ’62). Con lui fugge in Ciociaria da Roma ormai in mano ai nazisti.

Durante e dopo la guerra, del tutto controtempo rispetto alle poetiche prevalenti – come sempre sarà –, scrive il suo primo grande romanzo Menzogna e sortilegio (Einaudi, 1948, premio Viareggio), una splendida storia familiare di impianto apparentemente ottocentesco, una tragedia travestita da fiaba.

Nel 1957 viene pubblicato il suo secondo romanzo, L’isola di Arturo (premio Strega), la storia del congedo di Arturo dall’isola della sua adolescenza e delle illusioni. Sempre Garboli dice che la Morante si identifica soprattutto con i ragazzi: “il suo rapporto col mondo passa attraverso la prepotenza luminosa di Achille o il distacco dal mondo di Rimbaud”. Non a caso nel suo studio aveva una copia della foto celebre e spesso riprodotta di Arthur Rimbaud ragazzo, su cui aveva scritto di suo pugno “A Elsa” (ma diceva: “e se me lo avesse scritto lui in sogno?”).

Dopo una raccolta di poesia, Alibi (Longanesi, 1958), e una di racconti, Lo scialle andaluso (Einaudi, 1963), e dopo una conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965), in cui espone le sue idee sul ruolo dell’arte nel nostro mondo, nel ’68 esce un’opera singolare, Il mondo salvato dai ragazzini, che contiene La canzone degli F.P. e degli I.M. (F.P.: felici pochi; I.M.: infelici molti).

Come recita la quarta di copertina, il libro è “un romanzo un memoriale un manifesto un balletto una tragedia una commedia un madrigale un documentario a colori un fumetto una chiave magica”, ma è soprattutto un inno alla vita, un inno all’arabesco indecifrabile (“l’arabesco indecifrabile è dato per la gioia del suo movimento, non per la soluzione del suo teorema”). È vicino a molti temi della protesta giovanile, a partire dal suo scetticismo verso gli infelici molti, dediti “a fabbricare istituire organizzare classificare propagandare” in nome di una falsa felicità; ma la sua autrice viene guardata con un certo sospetto dalla protesta giovanile (anche se varie persone che in quella protesta hanno svolto un ruolo centrale intrecciano rapporti profondi con lei).

Anche La Storia (il racconto del destino di Ida e suo figlio Useppe attraverso la persecuzione razziale, la guerra mondiale e i totalitarismi), secondo Goffredo Fofi che all’epoca le era molto vicino, era stato scritto per mettere in guardia i giovani in protesta e la loro rivoluzione: il potere, come recitava la copertina del romanzo, – lanciato direttamente in edizione economica alla vigilia dell’estate per raggiungere il maggior numero di persone –, è “uno scandalo che dura da diecimila anni”. E chi pretende di assumersi il compito di guidare una liberazione corre sempre il rischio di “ripercorrere strade che avevano portato a nuovi domini e oppressioni”. La Storia esce nel 1974 e diventa subito un caso editoriale, ma questa riflessione sul potere attraversa anche vari altri testi degli anni Settanta, che saranno pubblicati solo postumi, come il breve e illuminante Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito) o la lettera alle brigate rosse scritta pochi giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, il 20 marzo 1978.

Nel 1982 esce il suo ultimo lavoro, Aracoeli, un libro disperato ma non triste, come ha detto lei stessa, dove ancora una volta al centro della scena si trovano una madre e un figlio. Muore a Roma il 25 novembre 1985, le ceneri vengono disperse nel mare di Procida, l’isola di Arturo.

Elsa Morante lascia poche grandi opere, che sono tra le maggiori del secondo Novecento, e pochissimi interventi pubblici o saggistici, anche se le sue idee, i suoi umori e litigi sono stati un termine di paragone necessario per molti intellettuali che da lei hanno imparato e con lei si sono scontrati, a cominciare da Pasolini.

In una nota biografica pubblicata a introduzione del Mondo salvato dai ragazzini scriveva: “A chi le domanda il suo ideale politico, risponde che è un’anarchia, dalla quale si escluda ogni forma di potere e di violenza. Essa non ignora naturalmente che si tratta di un’utopia, ma è convinta, d’altra parte, che l’utopia è il motore del mondo e la sola, reale giustificazione della Storia. Anche il suo ideale privato è utopistico; e sarebbe di andare in giro per il mondo a fare il cantastorie. Questo mestiere infatti le permetterebbe fra l’altro di incontrare l’unico pubblico che oramai sia forse capace di ascoltare la parola dei poeti”.

Per approfondire:

Elsa Morante che parla brevemente dell’Isola di Arturo

Dai dischi ai libri, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma nasce ‘La Stanza di Elsa’